It’s my life
Il magùn…ammazza che magone che c’ho!
Non ho velleità emo, ma mi commuovo ogni volta che sento parlare della magia che Caput Mundi riesce a trasmettere. Tanti, tantissimi anni di stornelli, cantati da gente che a nominare ora ti si riderebbe in faccia. Non perché mediocri musicanti, ma perché sconosciuti ai miei interlocutori odierni.
E ancora mi stupisco quando uno confessa di non essere mai stato a Roma.. e come fai a spiegargli che roba è quella città? Per alcune cose dovresti rinascere direttamente e sperare di vivere un po’ di quelle luci, un po’ di quella magnificenza monumentale, un po’ di quel folklore per capire che anche lo smog che respiri in grosse quantità serve solo a fartela amare di più.
Ed in questi momenti sono seriamente deluso del buco in cui sono andato a cacciarmi, di una città che somiglia sempre più ad un parco gioci per giovani ricconi o ad un quartiere degradato in cui rincontrare tutti quelli che conosci, compresi quelli che non vorresti mai rivedere o quelli che “chi sei scusa? noi ci siamo conosciuti dove?”. In realtà non è così, è il caldo che mi fa parlare a sproposito ed offendere una città magnifica come questa. Qui c’è più o meno tutto, c’è forse anche troppo, c’è di sicuro qualsiasi cosa tu voglia, se hai voglia di allungare le mani per afferrarla. Ma non è questo che rende questa città bella, perché nel tutto c’è anche il peggio.. ciò che rende Bologna una città degna di nota, al pari di Torino quanto meno, non è il bolognese, che Iddio ce ne scampi e liberi (al pari di tutta la gente al di sopra del Po).. non è il folklore, che è davvero carente per mancanza di autoctoni degni di nota e che si riduce ad una villa in mano ad un magistrato aperta ogni primo lunedì del mese per creare dibattiti e ricreare l’ambiente del salotto buono tipico della zona (comunista).. non è la monumentalità spinta di una città che deturpa ogni giorno di più le proprie origini.. no, si tratta semplicemente dell’atmosfera giusta, delle luci soffuse, del giallo del Pratello, della scena multiculturale, dell’alzare gli occhi e vedere che è splendida anche al di sopra dei portici, dell’averci vissuto dei momenti che nessuno mai potrà vivere con così tanta intensità. E se Roma mi avrebbe offerto il Wu Tang Clan in un venerdì qualsiasi in cui compio gli anni, Bologna mi offre la possibilità di vivermi il quartiere come piace a me, perché i bolognesi sono troppo conigli e “busoni” per alzare la voce e perché ho un assoluto bisogno di scazzafottere sotto casa, di salutare la gente che passa, di sentirmi nel mio habitat e non buttato in un ambiente che funga solamente da contenitore.
Esordirei con un “cazzo” a chiare lettere per quanto mi stia salendo la rabbia.. è vero, mi viene la pelle d’oca quando mi si parla di aBbruzzo e di Roma, ma non ci sto a farmi dire che me la vivo addosso questa città. Quelli sono i classici personaggi che salgono per un percorso di studi o di lavoro per essere più lontani da casa, per essere più liberi di potersi muovere, per cercare di viaggiare appena possibile e per avere dell’indipendenza addosso pagata con i soldi di mamma e papà. Quelli sono i classici personaggi che ascoltano reggae quando c’è da farsi le canne, che ascoltano house o musica commerciale perché le balere si sono trasformate in troiai luccicanti dove andare a mostrare la nuova polo o camicia bianca in attesa dell’arrampicatrice sociale che come modello di vita ha la Carfagna. Non si tratta di quelle persone che vivono per una cosa, che lascerebbero un braccio nel pogo e che, se riuscissero a riprenderlo, lo lancerebbero al cantante per dirgli “ci sono anche io, cazzo!”.. non sono quelle persone che vogliono sentire il marmo ed il lastricato dei portici sotto la schiena perché è questo che ci hanno dato e perché se piove quando io ho pagato per il bel tempo non è detto che non possa godermi due stizze anche se ti girano i coglioni.
Non si tratta di essere alloctono, si tratta semplicemente di VIVERE una cosa, una situazione, di andare a sviscerare l’estremo per capire i limiti del dono che ti è stato fatto. E detta in tutta sincerità, preferisco essere additato come quello che non si sa divertire piuttosto che come quello che deve sempre mettere becco, perché io lascio il diritto a tutti di fare le proprie scelte, perché io le mie le ho fatte, me le sono patite e godute e ne ho ricavato qualcosa, ma di sicuro tutto quello che state cercando di fare io già l’ho fatto, l’ho realizzato ed anche divulgato. E questa è per chi mi sta a cuore.. crescere non vuol dire smettere di fare le cose, crescere vuol dire acquisire consapevolezza.. ma non stare a disperarti se questa consapevolezza non arriva, vuol dire solo che io sono meglio di te.

